Alessandro Bergonzoni

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Cari Fazio e Saviano Vita, 26 Novembre 2010
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Pantani Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione, 21 aprile 2004
Noi chi. (ovvero coloro che potrebbero dare
un calcio a certo sport)
Diario numero 42, 2003
In attesa di prossimi funerali immani
(elogio alla commemorazione da vivi)
Diario numero 10, 2003
Inedito

Cari Fazio e Saviano

Vita, 26 Novembre 2010

Cari Fazio e Saviano

Potrebbe sembrare  voglia di visibilità in un momento in cui tutti dicono e vogliono dire, pretendono di esserci e di apparire, e so che avete ben altri problemi e ben altro lavoro da fare in un periodo di schianto politico e assideramento sociale e civile. Ma vi scrivo per un problema contrario alla visibilità e cioè quello dell’invisibilità: l’invisibilità di alcuni”malati”, “diversi”, “finiti infiniti”, e “storti diritti”. Quelli che  chiedono  di poter raccontare anche la  loro storia, e non in contrapposizione ad altri (che hanno fatto scelte personali private e di vita comprensibilissime), ma insieme. Non voglio giudicare oltre gli Englaro i Welby, ma poter narrare tanti altri che non sono nè riconosciuti nè considerati, solo perchè hanno un’altra idea di amore, di dignità, di capacità, di desiderio, di “posso”. A differenza di alcuni “integralisti” dell’ho ragione io, di una scienza dogmatica, o di una religione spesso impositiva, vorrei che quando si racconta del mondo delle differenze del dolore e dell’angoscia si ascoltasse anche chi pensa che il corpo utile, la guardabilità e l’insostenibile, possono essere argomenti meno portanti e necessari, di fronte a nuovi tipi di vita, di esistenza, di bellezza. Quando si parla di sofferenza, danno, ineluttabilità si apre un mondo a noi sconosciuto che non può essere regolato solo da legge politica medicina o fede, ma richiede una vastità di vedute, una ricerca ulteriore ed interiore che deve fare pensare ad altro, all’inconcepibile, all’immane, al profondo, all’incommensurabile, e deve accogliere quel tutto che nessuna definizione di giusto  possibile e umano può confinare. C’è chi ha scoperto che quando la vita cambia, anche le nostre decisoni cambiano, le nostre convinzioni mutano, le nostre vedute si ampliano. Perché dobbiamo far passare solo l’idea che una persona “normale” non possa mai diventare ”nuova” “ulteriore” e vedere quello che prima non vedeva non capiva e non sentiva? Non si è tutti identici, tutti “umani” e “soli”: forse c’è gente che amerebbe raccontare (e non convincere biecamente) che si può stare al mondo con una grandezza che il mondo non sembra voler contenere, si può vivere la giornata al di là dei canoni di resistenza comunemente concepiti, dell’idea di benessere classica, si può accarezzare la bellezza in modi per la maggior parte delle persone impensabili. Cos’è abile, inabile amabile? Cos’è dignitoso? E soprattutto (e quì sta il punto) chi ha paura di accettare l’inguardabile guardabile, l’inguaribile: chi siamo noi per istituire un canone unico di rispettabiltà del bene o del male nella condizione di coma, stato vegetativo, loked in sindrom o altro? Non sarà che prima di dire se una vita è da negare o accettare dovremmo ascoltare vedere tradurre scavare tra quelle che molti definiscono troppo sbrigativamente “macerie” del corpo ? Ma davvero a forza di mezzi di distrazione di massa di show per starlette, rotocalchi del niente, morbo di Cronac e potere del successo laido abbiamo perso la potenza e l’energia del vedere oltre, del pretendere altro del non accontentarci dei valori dell’obbligo, dei sensi unici, del pensiero da decubito che crea piaghe perchè sempre nella stessa posizione? Facciamolo vedere e parlare, chi non è nè eroe nè solo uomo, nè solo cittadino di diritto nè soltanto persona, ma anche essere sovrumano e unico, e soprattutto spirito, arte delle metamorfosi, salto in alto, anima delle meraviglie... Si può parlare di anima senza parlare di Chiesa sì o chiesa no,si può parlare di trascendenza senza sempre dover scomodare laici o religiosi,si può pensare alle vite a prescindere da schieramenti e partiti che usano i “casi”solo per sperare nel voto,si può dire spirito cercando di non offendere nessuno scienziato o medico che crede solo in ciò che è dimostrabile? Ecco: a forza di credere solo in ciò che è sperimentabile (a cui anch’io do un valore ma non l’unico) non riusciamo più a concepire e nemmeno ci proviamo, chi vuole dirci che c’è qualcosa d’altro in noi e per noi, che non siamo solo chimica giurisprudenza, costituzione, dire, fare, baciare, lettere e testamenti, che non possiamo accontentarci della cronaca dei fatti e dell’informazione, ma dobbiamo crearci, diventare piu’ grandi e capaci di quello che si legge su un giornale, su una cartella clinica, o che si legge sulla faccia di un sano quando incontra la “violenza” e la diversità “sconvolgente” di uno sfregiato dal male o dirimpettaio e vicino della morte (come poi se non lo fossimo potenzialmente e cronologicamente tutti). Solo questo. Per richiamare chi parla di dignità dell’esistenza, all’attenzione del tutto, alla concentrazione più intima e antropologico-filosofica sul come siamo e cosa siamo, al di là di quello che vediamo e basta, di quello che speriamo non capiti mai a noi. E questo lo dico a voi che fate appunto trasmissioni (evviva) che lavorano su un’altra dimensione del pensare e del rappresentare. Solo un allargamento, uno scavo, un richiamo al mestiere dell’attenzione piu’ vasta. In un periodo di storia e di universo come questo che vede il bello a senso unico, il presentabile come dovere, il vuoto come potere, la medicina unica. Grazie comunque per quello che state tentando di fare.

Vostro ascoltatore.

Alessandro Bergonzoni